Storia

I WALSER VALSESIANI

“Cammina come un Walser” si diceva un tempo, per qualificare il passo lungo e cadenzato tipico di questo popolo di camminatori che, valicando passi e attraversando ghiacciai, è giunto sino alle pendici del Monte Rosa. Osservando la mappa delle colonie Walser, per prima istanza colpisce la grande dispersione degli insediamenti. I Walser, infatti, occupavano il territorio formando un gran numero di nuclei autosufficienti, separati tra loro, ma solidali nel gestire il territorio e nell'esercizio delle funzioni civili e religiose. Una domanda rimasta a lungo senza risposta è: come facevano i coloni a scegliere il territorio dove insediarsi?

LA SCELTA DI UNA NUOVA TERRA

 Occorre dire che i Walser non si recavano in zone spopolate, infatti tutte le valli che hanno frequentato erano già abitate e parzialmente trasformate da popolazioni preesistenti di origine gallo - romana o celtica. Occupavano le zone più a monte, isolate ed impervie, che questi abitanti indigeni usavano marginalmente. Molte zone erano sotto il controllo di un signore locale o utilizzate da grandi monasteri per le loro transumanze estive. Spesso per motivi di sfruttamento più capillare del territorio o semplicemente per affrancarsi una porzione di regione di dubbia e contrastata proprietà, questi centri di potere, creavano condizioni vantaggiose, ad esempio esenzioni fiscali o concessioni in "affitto ereditario", per chi bonificava nuove terre. Nel 1300 Iocelino di Biandrate, che aveva possedimenti nell’alta valle di Macugnaga, permise ad alcuni coloni Walser di occupare i territori alti intorno al Monte Moro situati nel versante svizzero  di Saas. Questa consuetudine pare abbia avuto un ruolo importante anche per la colonizzazione dei Walser in Valsesia, valle controllata anch’essa da un altro ramo dei Conti di Biandrate. Tra il 1083 ed il 1087 Giulio II di Biandrate ed i suoi eredi, per motivi di contrasto con il Vescovo di Novara e per prenotare le loro anime al Paradiso, donarono ai Benedettini di Cluny (Francia) vasti territori nel novarese, vercellese e in Valsesia. Sotto la loro egida, furono fondati due monasteri di grande importanza a Castelletto Cervo (biellese) ed a San Nazzaro (vercellese). Questi ultimi, ampiamente dotati di territorio (una ventina di mansi in Valsesia; 3 alpeggi ai piedi del Rosa: Otro, Mud e Pianmisura con relative mandrie e quattro importanti foreste sulle medesime montagne) iniziarono la secolare pratica della transumanza nelle stagioni estive. Iniziò così un graduale popolamento, anche se temporaneo, del territorio. Tra il XIII e XIV secolo questi monaci iniziarono a favorire a loro volta gli insediamenti vallesani in Valsesia. Un altro monastero molto attivo in Valsesia era il Grande Monastero di San Gratiniano di Arona. Altri possedimenti appartenevano al Capitolo dei Canonici di San Giulio sul Lago d'Orta.

A SUD DEL MONTE ROSA: LE COLONIE WALSER VALSESIANE

Vercelli05Si pensa, in mancanza di documenti ufficiali, che il passaggio dei coloni vallesani verso il lato italiano del Monte Rosa sia avvenuto attraverso il Colle del Teodulo e il passo del Monte Moro in direzione rispettivamente della Valle d'Aosta (Zermatt - Valtournenche) e della Valle Anzasca (Saas Fee - Macugnaga). La successiva ondata migratoria che interessò la Valsesia, tra il XIII e XIV secolo, avvenne presumibilmente attraverso i passi del Turlo, della Dorchetta, del Colle del Loo e del Col d'Olen. All’inizio del XIII secolo gli insediamenti originali in alta Valsesia non superavano il limite degli 800 – 900 metri. Come detto in precedenza, infatti, al di sopra di questa quota vi erano alpeggi posseduti da grandi monasteri che li usavano per la transumanza estiva delle loro greggi e mandrie. A promuovere la colonizzazione Walser a sud del Monte Rosa furono inizialmente proprio i monaci, con il beneplacito dei signori di Biandrate, che affidarono a questo popolo di boscaioli e colonizzatori d’alta quota, ancorché contadini – allevatori, la trasformazione dei loro alpeggi estivi in insediamenti agro – pastorali permanenti. Un documento ritrovato nell'archivio capitolare della Basilica dell'Isola di San Giulio, ci permette di datare la fondazione della più antica colonia Walser della Valsesia: Rimella (1255 – 1256), costituita da coloni provenienti dalle valli di Visp, Saas Fee e del Sempione. Seguirà quella di Alagna, dove i primi coloni, provenienti da Macugnaga, attraverso il passo del Turlo, si insediarono sulle terre monastiche a Pedemonte e Pedelegno (verso la fine del XIII sec.) e a Riva Valdobbia, dove la presenza di nuclei Walser in Val Vogna, provenienti da Gressoney, è attestabile dal 1325. L’insediamento dei Walser nella valle di Rima e di Carcoforo risale alla seconda metà del XIV secolo, ad opera di famiglie provenienti da Alagna. Mentre la parte media della Val d’Egua, oggi in comune di Rimasco, venne colonizzata da nuclei provenienti da Rimella.

I WALSER DI RIMELLA

Rimella è la più antica e documentata colonia Walser della Valsesia. I luoghi: "…Alpe que nominatur Rimella …et Alpis que nominatur Rotundum…" erano già noti fin dall'XI secolo come terre di proprietà del Capitolo di san Giulio d'Orta. I Canonici, nel 1255, diedero questi alpeggi in affitto ereditario e perpetuo a due capifamiglia provenienti dal vallese e, nel 1256, ad altri 11 coloni provenienti da Saas, Visp e dal Sempione. A questi terreni venne aggiunta un'altra parte dell'Alpe Rotondo, di proprietà del Monastero di San Graciniano di Arona. La concessione venne divisa in 12 quote famigliari con la comunione dei pascoli, delle foreste e delle acque e con la concessione del perpetuo diritto di abitare, fabbricare case e mulini, tagliare i boschi e trarre con qualunque mezzo i prodotti della terra. Il primo pannello esplicativo (n. 1) è posizionato in località S. Antonio di Rimella (m. 1.151) dove ha inizio il sentiero diretto alla colma della Dorchetta (Backfurku), oggi frequentato solo da escursionisti ma che per secoli ha rappresentato una delle principali vie di comunicazione tra la Valsesia e la Val Anzasca. È dunque molto probabile che i primi Walser giunti nel vallone di Rimella, nella metà del '200, passarono da qui. Il secondo pannello (n. 2), posizionato nella piazza di Rimella vicino alla Chiesa (m 1.176), invita ad ammirare gli splendidi edifici in legno e pietra costruiti secondo il modello originario che sviluppa un elevato grado di funzionalità e osmosi con il paesaggio. In località Sella è in allestimento un museo dedicato alla cultura dei Walser ospitato nell'edificio settecentesco della Casa eredi Vasina. Da non perdere la visita al Museo Filippa, singolare esempio di collezione di stampo illuminista donata al paese, a fino ‘800, da un rimellese emigrato. Il terzo pannello (n. 3), posizionato nella frazione di S. Gottardo (m 1.329), ha per tema i prati, i pascoli e gli alpeggi. Confortati dalla visione del grandioso paesaggio naturale che circonda questo sito, modellato ad arte dal secolare lavoro dei coloni Walser, apprendiamo che la vita di questo pastore – contadino, è regolata dai tempi della montagna e da spostamenti stagionali. Le donne ed i bambini partecipano alla vita agro-pastorale: molto di frequente, infatti, è resa testimonianza dell’emigrazione degli uomini rimellesi che, d'estate, si spostavano all'estero per lavorare come muratori, falegnami e peltrai. La crescita dell’erba, però, segna anche lo spostamento del pastore all’alpeggio, che, con il bestiame, si trasferisce in semplici abitazioni di pietra (spesso su un giaciglio di paglia) dove si dedica alla produzione di latte, burro e formaggi ed alla manutenzione di guadi e sentieri. All'inizio dell'estate si raggiunge l'alpeggio più basso e man mano ci si sposta verso quelli situati ad altitudini superiori, per rientrare al villaggio alla fine dell'estate. Erano soprattutto le donne ed i bambini a condurre il bestiame agli alpeggi, dato che gli uomini erano impegnati nelle corvèe e nelle costruzioni di abitazioni e mulattiere. Altri capo famiglia erano assenti perché emigravano d'estate all'estero per lavorare come muratori, falegnami e peltrai. Percorrendo i sentieri di Rimella è possibile assistere alla lavorazione del latte ed acquistarne i prodotti derivati. Il pannello n. 4, posto in frazione Prati (m 1.218), illustra il villaggio Walser. L'insediamento Walser, costituito da frazioni sparse al riparo da valanghe e alluvioni, ha il suo fulcro centrale nell’Oratorio, nel forno comune, nella fontana pubblica e, talvolta, nella presenza di un mulino. Le case sono costruite con il legno di larice come tutte le baite Walser ma, a differenza di quelle di altri insediamenti valsesiani, le logge, pur mantenendo la funzione di fienile, sono chiuse. Col passare del tempo e con il cambiare delle tecniche importate dagli emigranti rimellesi, la tipologia di gran parte delle abitazioni si è modificata: l’abitazione tradizionale è sempre più simile ad una grande casa a più piani. Proverbiale, ed apprezzata ancora oggi, è l'abilità dei rimellesi nel costruire i tetti con la copertura in "Beola", pesanti lastre di pietra disposte a squame di pesce.

I WALSER DI ALAGNA E RIVA VALDOBBIA (PIETRE GEMELLE)

 I Walser giunsero in Valsesia verso la fine del XIII secolo, insediandosi sulle terre del monastero di San Nazzaro, a Pè de Mud (Pedemonte) e Pè d'Alagna (Pedelegno). A testimonianza di tale presenza esistono documenti scritti (1302 - 1319 - 1328) che trattano di concessioni e permessi d'insediamento dove compaiono i primi "cognomi" alagnesi, alcuni ancora esistenti, come, ad esempio: Orso "…Anrigetus Ursus alamanno de Pè de Moyt…", D'Errico o D'Enrico da cui discese la stirpe dei famosi pittori Giovanni, Melchiorre e il celeberrimo Antonio (detto “Tanzio da Varallo”). Fino al 1438 compaiono documenti con le denominazioni di piccoli e suggestivi insediamenti che attualmente caratterizzano le meravigliose frazioni Walser di Alagna: nel 1321 Riale (Im Grobe), nel 1354 Goreto (Im Gorrài) e alle Piane (Fum d'Boudma), nel 1389 alla Rusa (Fum d' Rufinu), nel 1413 ai Merletti (Im d'Merlette), nel 1414 a Oro (Fum d'Ekku), nel 1417 alla Bonda (Im d' Bundu) e la Ressiga (Zar Sogu), per terminare nel 1438 con alla Montella (Im Adelstodal). Molti di questi agricoltori, pastori e costruttori Walser divennero, nel '500, architetti, scultori del legno, scalpellini e piccapietre, noti come "Maestri Primellesi". Tra tutti si distinsero lo scultore Daniel Heintz e l’architetto Ulrich Ruffiner chiamato a Sion dal Vescovo Matteo Schiner nel 1499. Ripercorrendo a ritroso i passi del monte Rosa che secoli prima avevano valicato per colonizzare la Valsesia, essi diffusero la loro arte in Svizzera e in Germania, lasciando ovunque una preziosa traccia del loro passaggio (vedi pannello introduttivo n. 19 posto ad Alagna (m 1.191)). Lo storico dell’arte C. Debiaggi ha raccolto le tracce di circa 200 maestri prismellesi, intere famiglie venute da Alagna (Bodmer, Heintz, Ruffiner e Schmid) e Riva Valdobbia (Carestia). Il pannello successivo (n. 20) illustra i deliziosi teatri ottocenteschi di Riva Valdobbia e Alagna, che, restaurati e “rianimati” da numerosi spettacoli e concerti, contribuiscono a tramandare la tradizione locale di carattere popolare. A dispetto della semplicità degli edifici esterni (fabbricati in pietra a vista), l'interno è arricchito da grandi figure allegoriche, decorazioni con ghirlande, nastri, cartigli e da vivaci scenografie dipinte da Camillo Verno e dai Sormani di Milano. Lo stesso pannello relativo ai teatri valsesiani compare, contrassegnato dal n. 8, nel piccolo comune di Campertogno. Qui, nel teatro del 1901, si esibiva la Compagnia della Filodrammatica. Tornando ad Alagna, il pannello n. 21, situato in frazione Ronco (Im Oubre Rong m 1.280), illustra la tipica casa Walser alagnese.

 La struttura racchiude sotto lo stesso tetto abitazione e stalla, per sfruttare il calore animale: la base è composta da pietre squadrate e sovrapposte e si incunea nel pendio naturale del terreno, riparando l'edificio dai venti e dal gelo. L’impalcatura soprastante è costituita da grossi tronchi di larice squadrati ad accetta, opportunamente stagionati, disposti orizzontalmente ed incastrati tra loro senza l'ausilio di chiodi (Blockbau). Questa parte si innalza fino al tetto coperto da "Piode" o "Beole" in pietra piatta. L'intera costruzione è circondata, per tre lati, dal loggiato formato da piedritti e da pertiche di legno orizzontali, dove poter stendere ad aerare ed essiccare, al riparo della pioggia, il fieno ed i cereali. Al piano interrato si trova la stalla (Godu), al seminterrato la cucina (Chuchi) munita di fornetto in "pietra ollare" senza canna fumaria; è in questo luogo che si svolgeva la vita famigliare e le varie attività comprese la filatura della canapa e della lana, la tessitura, la confezione degli "Scapìn" (tipiche e resistenti pantofole) e l'esecuzione del "Puncetto" (prezioso “nodo” valsesiano). Le camere per riposare, minuscole e molto basse per non disperdere il calore, erano alloggiate al piano rialzato e i giacigli erano prevalentemente imbottiti con foglie di faggio essiccate. Il sottotetto era adibito a deposito e fienile. Le case più antiche, rimaste attualmente ancora integre, risalgono al XVI secolo. In frazione Pedemonte è stato allestito, in un antico edificio datato 1628, il Walser Museum, che offre l'opportunità di conoscere da vicino questo straordinario sistema edilizio. Il Museo raccoglie utensili per la lavorazione del latte, del legno, attrezzi per i lavori agricoli, arredi, telai per la tessitura, abbigliamento e quant'altro serviva per la vita di ogni giorno. In frazione Merletti (Im d'Merlette m 1.217) sono conservati i resti dell’antico forno della calce per la trasformazione del minerale calcareo della vicina cava. Il   pannello 22 ci illustra le caratteristiche di un tipico insediamento Walser, autosufficiente e decentrato in frazioni sparse di ridotte dimensioni. Raccolte intorno al protettore religioso della comunità, le poche famiglie si servono in modo comunitario del forno, del mulino e della fontana; quest'ultima è un monolito di pietra incavata spesso a due o tre vasche per non permettere l'uso promiscuo dell'acqua tra uomini, animali e per l’eventuale lavaggio di panni. Il luogo prescelto per l'insediamento è sempre salutare e al sicuro da smottamenti e valanghe. Gli edifici che compongono i villaggi Walser sono sempre orientati nella stessa direzione (il fronte principale rivolto a Sud e una parete a Nord) così da essere ben ventilati ed esposti il più possibile al sole per permettere al fieno o ai cereali sistemati sulle lobbie di sfruttare al massimo i suoi raggi. La singola abitazione è autonoma, in modo da limitare al massimo i danni ai vicini nel caso si incendiasse una unità abitativa. Tuttavia, la loro vicinanza permetteva un passaggio riparato da pioggia e neve, oltre che garantire protezione ai loggiati sottostanti, creando una sensazione di unità abitativa. Il pannello n. 23 ci porta presso le antiche miniere di Alagna in località Kreas (m 1.326). Gli edifici che si vedono, infatti, rappresentano ciò che rimane dell'antico stabilimento minerario di Kreas - detto "Fabbrica di San Lorenzo" - costruito nel '700 da Nicolis di Robilant, capitano della compagnia di artiglieri - minatori costituita dal Re di Sardegna per sfruttare i giacimenti di oro, argento e rame di Alagna. Il materiale aurifero da lavorare, con le quattro macine conservate all'interno, proveniva dalle miniere di Mud, Jazza e del Vallone delle Pisse. Un'altra fabbrica in pietra venne edificata a Stofful, con l'apertura della galleria denominata di Santa Maria. In realtà le miniere erano già coltivate dalla fine del '500, spesso in modo clandestino. Sotto la dominazione spagnola, a partire dal 1633, il governatore di Milano, dal quale dipendeva il territorio valsesiano, diede in concessione alla famiglia D'Adda queste miniere. I D’Adda condurranno l’attività  fino al 1707, quando, il Conte di Pralormo, prese possesso di questi territori per conto dei Savoia. Verso la metà del Settecento, periodo di massima attività delle miniere, giungono ad Alagna maestranze piemontesi, boeme, fiamminghe e sassoni. Nel 1771 i Savoia abbandonarono l'impresa che aveva rappresentato per lunghi anni un vanto dell’industria mineraria. Le attività di estrazione continuarono a singhiozzo con l’alternanza di molti proprietari, tra cui una società inglese (New Monte Rosa – gold mining company) messa in liquidazione nel 1916.

 I tentativi terminarono negli anni ’80 ed ora è attiva solo l’estrazione di felspato a ridosso della vecchia miniera di Kreas. Nella località ora denominata "Acqua Bianca" (m 1.500) il pannello n. 24 ci indica l'inizio del sentiero diretto al Passo del Turlo (m 2.738). Per secoli questo tragitto ha rappresentato una delle più importanti vie di comunicazione fra la Valsesia e la Svizzera, passando per Maccugnaga; lungo questa strada transitarono i Walser per poi fondare le colonie di Pedemonte e Pedelegno di Alagna. L'attuale mulattiera è opera degli alpini che, nel 1930, rinnovarono l'antico tracciato medioevale che, ogni tanto, riaffiora ancora mostrando alcuni splendidi tornanti, eseguiti con lastroni di pietra. Per incontrare il pannello n. 25 bisogna spostarsi ad Otro (m 1.664) in località "Ciucche". Nei soleggiati pendii del vallone di Otro i Walser hanno creato sei insediamenti. I prati di questa località sono di straordinaria fertilità per la loro posizione e per la dolcezza del clima. Nei campi, ottenuti da questo popolo di bonificatori, si coltivavano grano, canapa, segale ed orzo. I piccoli appezzamenti di terra erano stati ottenuti "terrazzando" il terreno pendente con un sistema di muretti realizzati con pietrame assemblato "a secco", cioè senza uso di calce. Successivamente venivano riempiti con la terra rimossa, da monte al piano, per annullare la pendenza del terreno, rendendo così più agevoli le lavorazioni e utilizzando i molti sassi provenienti dal paziente lavoro di spietramento necessario a creare coltivi. Questi villaggi, nonostante l'alta quota, erano popolati quasi tutto l'anno. La gente scendeva ad Alagna per Natale, per poi tornare ad Otro all'inizio della Primavera, il giorno di san Giuseppe. Il pannello n. 26, posto nella frazione Dorf (m 1.696) di Otro, restituisce l'incanto che il visitatore subisce nel contemplare questa suggestiva architettura, nata da bisogni materiali e dall'innato rispetto per la natura con la quale il Walser conviveva quotidianamente. Il continuo contatto con le bellezze naturali di queste montagne e la necessità di armonizzare il proprio spirito con esse ha prodotto, per osmosi, questa straordinaria architettura che "appartiene" al paesaggio dove le pendenze dei tetti imitano le pendenze delle fronde dei larici. Notevole interesse suscitano altri tre siti ecomuseali presenti sul territorio alagnese: la segheria in frazione Resiga, i mulini della frazione Uterio ed il forno del pane sempre in frazione Uterio. L'antica segheria della Resiga risale alla seconda metà del XVII secolo ed è azionata da un mulino a palette messo in moto da una derivazione del torrente Otro; la frazione prende il nome dalle numerose segherie che un tempo esistevano in quest'area. In frazione Uterio, in un fabbricato risalente al 1552, sono ancora visibili, nella loro secolare efficienza, due mulini azionati da una antica derivazione d’acqua dal fiume Sesia; erano utilizzati per macinare grano, segale e orzo: cereali coltivati, un tempo, fino a 1.900 metri di quota. Si tratta di mulini a "retaggio": la ruota posta in orizzontale con delle pale di legno a forma di mezza scodella permettono ai mulini di mettersi in moto anche con una minima portata d'acqua. Dalla farina al pane! Nella stessa frazione il forno comune, datato 1676, veniva acceso due volte all'anno: una in primavera, per sfornare il pane per l'estate e l'autunno e l'altra prima dell'inverno per le altre due stagioni. Il forno veniva tenuto caldo per più giorni onde permettere a tutte le famiglie della frazione di cuocere il proprio pane di segale "rukkis broud" o misto "g'mischluz broud". Occorrono circa dieci ore per portare in temperatura il forno (240°) acceso con steli di canapa essiccati, alimentato con legni di rododendro, molto duraturi nella combustione. Una volta raggiunta la temperatura ottimale, vengono immessi i legni di ginepro, che conferiscono al pane un profumo molto gradevole. Per osservare un altro aspetto dell'epopea Walser bisogna spostarsi in Val Vogna, valle che partendo da Riva Valdobbia segue il torrente Vogna sino alla sua sorgente. Riva era il capoluogo dell'antica comunità di "Pietre Gemelle" che comprendeva anche Alagna. La Val Vogna era la via più comoda, e anticamente la più frequentata via per comunicare dalla Valsesia alla valle di Gressoney. Presumibilmente i primi Walser giunti in questa valle provenivano, quindi, proprio da Gressoney - Saint Jean. Un documento del 1325 dimostra che già in quel tempo erano insediati in località Peccia ("Pezia") alcune famiglie di coloni Walser provenienti da Verdoby (Gressoney) che trattavano con altri Walser provenienti da Macugnaga la divisione del territorio. Insieme fondarono molti piccoli villaggi, tipici dello stile Walser, insediandosi in particolare su alpi frequentati da transumanti della Mensa Vescovile di Novara. Questi nuclei diventeranno le frazioni di Cà di Ianzo, Cà Piacentino, Cà Morca, Cà Verno, Rabernardo, Cambiaveto, Le Piane, La Peccia, La Montata e Larecchio. A Rabernardo, in una tipica abitazione Walser, raggiungibile con un’agevole mulattiera, è ospitato un Museo etnografico di grande interesse. Penetrando all’interno della baita, grazie al reperimento di oggetti e macchinari originali quali telai, mobili, utensili casalinghi, attrezzi agricoli e per la lavorazione del legno, nonché costumi e abbigliamento d’epoca, sembra di tornare indietro nel tempo, toccando con mano le fatiche e le usanze della popolazione Walser. La località Larecchio, invece, pur essendo alla quota di circa 1.900 metri, all'inizio del XIV secolo venne disboscata, dissodata ed abitata, trasformandosi in un meraviglioso piano dal pascolo lussureggiante. Questo conferma l'optimum climatico di quegli anni che favorì gli insediamenti dei Walser in quelle alte quote. Seguendo i pannelli informativi, nella piazza di Riva Valdobbia (m 1.112, da notare la splendida parete affrescata della Chiesa parrocchiale di San Michele) incontriamo il n. 11, che ci illustra i percorsi del popolo Walser nei secoli. Sempre a Riva, il pannello n. 12, compie una digressione sulle caratteristiche della viabilità dell'epoca.

 La fitta rete di strade, composta da sentieri e mulattiere minori che permettevano l’accesso al fondovalle e alle grandi vie di scambi commerciali con le valli piemontesi, aostane e svizzere, svolsero un ruolo importante nella storia locale, fortemente segnata dall'emigrazione. A questo proposito la Val Vogna, che poi divenne un importante passaggio della “Via Regia” sabauda, era collegata, tramite  la valle d'Aosta al Ducato di Milano (cui la Valsesia apparteneva dal XV secolo). Dal Colle Valdobbia, purtroppo, transitò in Valsesia anche la terribile pestilenza del 1640. Il pannello n. 13 ci invita a visitare il teatro di Riva Valdobbia, vera e propria "bomboniera" per la grazia del suo interno, decorato con uno stile di fine '800 da artisti locali, mentre Il pannello n. 14 è posto a Cà di Janzo (m 1.354) in Val Vogna. Parte da qui, infatti, l'antica "Via Regia", che da Cà di Janzo conduce alla frazione Peccia e quindi al Colle Valdobbia, attraverso la Val Vogna. Lungo questo tracciato si potranno ammirare i tipici villaggi Walser e i terrazzamenti che fiancheggiano il sentiero. L'ingegno e la tenacia dei colonizzatori sono riconoscibili nell'opera di canalizzazione delle acque, anch'essa interamente costruita in pietra ed adatta a sfruttare razionalmente le risorse idriche della montagna. Il pannello n. 15, posto in frazione Oro (m 1.500) ci descrive il tipico granaio Walser. Malgrado l’abitazione Walser fosse concepita come spazio abitativo con finalità altresì agro- pastorali esistevano edifici-granaio per la conservazione dei foraggi e delle granaglie. Per creare un ambiente areato e asciutto dove conservare il raccolto, l’ambiente in legno era separato dalla piccola base in pietra. La tipologia costruttiva del granaio Walser è molto simile allo "Stadel" della valle di Gressoney, con l’ingresso a monte e il deposito orientato a valle. In frazione Cà Vescovo (m 1.456) il pannello n. 16 descrive le caratteristiche del villaggio Walser della Val Vogna, del tutto simile  a quelli descritti in precedenza. Il pannello n. 17 posto in frazione Peccia (m 1.449) mostra la cosiddetta “Mappa Rabbini”, redatta nel 1866, per “mappare” l'uso del suolo nelle frazioni della Val Vogna. L'ultimo pannello della valle (n. 18) è posto all'Alpe Larecchio (m 1.895) e spiega le caratteristiche comuni, nella costruzione delle baite degli alpeggi, tra Gressoney e le zone alte della Valsesia. Il particolare legame che storicamente unisce i Walser di Gressoney ai coloni stabilitisi in Val Vogna è durato nei secoli, ed è testimoniato dall’origine dei nomi di alcune famiglie.

DA RIVA A RIMA E CARCOFORO

L’insediamento Walser nella valle di Rima (Val Sermenza o Valle Piccola) è sorto grazie allo spostamento di alcune famiglie di coloni provenienti dalla grande comunità di Pietre Gemelle - che comprendeva i territori di Riva Valdobbia e Alagna - intorno al XIV secolo (vedi pannello n. 5).  Come indica il pannello n. 7, posto nell’abitato di Rima, anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad un paese che rappresenta una importante via di comunicazione tra le colonie Walser: una rete di mulattiere e sentieri collegava Rima ad Alagna, attraverso il Colle del Mud e in Valle Anzasca, attraverso il Piccolo Altare. Nell’abitato più alto della Valsesia (1417 m.), vive ancora oggi l’antica arte decorativa del cosiddetto marmo artificiale (pannello n. 6), attraverso la quale è possibile riprodurre artificialmente, con l’uso della scagliola, il marmo naturale. La storia di Rima è fortemente legata all’attività del marmo artificiale. Nella prima metà dell’Ottocento l’emigrazione coinvolse l’intera area valsesiana; diversamente dagli altri paesi, per cui esportare manovalanza significava sopravvivere, Rima seppe trasformare un’esigenza materiale in una ricchezza per la comunità. Ciò fu possibile grazie agli artisti del marmo artificiale (Della Vedova, De Toma, Axerio, Viotti) che, valicando i confini locali, applicarono la loro arte in Francia, Germania, Austria, Ungheria, Romania, Russia e Nord Africa. Il marmo artificiale, un’alchimia segreta di polvere di gesso e scagliola, abbatteva i costi di estrazione del marmo naturale e aveva il suo stesso impatto tattile e visivo, grazie alle numerose fasi di levigatura cui è sottoposto, alle sapienti miscele di colori e alla sua luce calda. I capolavori che testimoniano l’utilizzo di questa tecnica sono visibili, oltre che a Rima (chalet Ragozzi, albergo Alpino, chiesa di San Giovanni Battista, oratorio di Sant’Anna), a Grignasco, Novara, Asti, Nizza Monferrato, Torino (chiesa di San Giovanni Evangelista) e Milano (Pinacoteca di Brera). Dal 1998 l’amministrazione di comunale ha avviato un progetto di rilancio di questa attività inaugurando la “Casa del Marmo Artificiale”, sede di una mostra permanente, di un Laboratorio-Bottega e di una foresteria destinata ad ospitare gli allievi dei corsi attivati negli ultimi anni dal maestro Silvio Della Vedova. Il restauro delle opere preesistenti, come ad esempio, quello effettuato a Villa Virginia,  la sede della Comunità Montana Valsesia a Varallo, la realizzazione di nuovi lavori, la costituzione di una cooperativa e l’istituzione di un marchio protetto di qualità sono le sfide che questa preziosa arte si appresta a vincere nei prossimi anni. Da non perdere, sopra l’abitato di Rima, il Museo Gipsoteca “Pietro Della Vedova”, che conserva splendide statue in gesso opera del rinomato scultore rimese dell’Ottocento. Al pari di Rima, anche l’abitato di Carcoforo è una colonia Walser derivata dall’antico insediamento di Pietre Gemelle. Il caratteristico borgo in Val d’Egua ospita il Museo Naturalistico del Parco Naturale Alta Valsesia, un laboratorio didattico interattivo attraverso il quale conoscere l’ambiente geografico, ambientale e culturale del Parco, con un’ampia parte dedicata alla flora ed alla fauna alpina.
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